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Su proposta di Buy celexa 40 mgBuy strattera onlineCan you buy retin a over the counter in franceAzithromycin 500 online kaufen Massimo Maietta si  è costituito il Gruppo di lavoro per lo sviluppo del progetto di ricerca "Etologia Sociale Umana" Questo percorso conoscitivo nasce dal  lavoro  di alcune persone che integrando  le differenti esperienze personali  si sono riunite iper approfondire  la propria formazione personale in direzione dell'elaborazione di  un"paradigma culturale" (sviluppo della connotazione e competenza culturale).

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SOVRASTRUTTURE - NUOVA RIVISTA CRITICA PDF Stampa E-mail
Mercoledì 04 Novembre 2015 10:48

Pubblichiamo qui di seguito due articoli tratti dalla nuova rivista SOVRASTRUTTURE, rivista di critica del diritto, della filosofia, dell’economia, della psicanalisi diretta da Alessia Magliacane e coordinata in Italia da Anna Cotone.

Sembra a noi che  i grandi movimenti di critica si misurano con delle dinamiche di  decostruzione continua dell’esistente, risultato di spostamenti di grandi masse di contraddizioni, proprie delle formazioni economico-sociali in cui viviamo e che ridisegnano scenari sempre più simili ai mondi paralleli dei nostri titoli di fantascienza preferiti.

L’esodo di intere popolazioni che con ogni mezzo stanno attraversando questa metà del pianeta da Sud a Nord  sembra  il sismografo  di questo movimento tellurico che scinde ogni cosa, come una grande visione metaforica della condizione umana oggi.

La rivista nasce anche dall'esigenza  di aprire un focus su questa scissione,  dalla divisione dei popoli alla divisione dell’io, riappropriandosi  così di uno spazio che noi individuiamo tra il voler essere e il non poter essere, tra esistenza e immaginazione e a modo nostro ripercorriamo l’ordine del discorso proprio sulle tracce  di Foucault: invertendone le coordinate.

 

Ultimo aggiornamento Lunedì 23 Novembre 2015 10:58
 
Politica e psicanalisi Note a Il caso Wilson di Freud -Bullitt PDF Stampa E-mail
Mercoledì 28 Ottobre 2015 18:30

 

Politica e psicanalisi

Note sul Wilson di Freud

Anna Cotone

 

L'elaborazione avviata con la lettura de Il caso Wilson[1] ci ha portato lontano, collegandoci  a una riflessione sul potere e sulla natura reale del potere, all'interno di un'indagine sul rapporto tra potere politico e condizione umana, per finire sul terreno scivoloso ma indispensabile della storia e del rapporto tra storia e condizione umana.  Il percorso non è lineare, come è giusto che sia, piuttosto a spirale e in profondità, per dirla con Foucault un percorso archeologico in cui invitiamo i lettori a seguirci e andare oltre…

Il Wilson di Freud…

Presidente degli Stati Uniti nel corso della I Guerra Mondiale e la cui figura, così come è passata alla storia, non ha bisogno di altre presentazioni, non è né un nevrotico né uno psicotico.  Al centro della sua  condizione sta un conflitto tra l'Io e il Super Io, caratteristico di una terza classe di affezioni (psicosi, e nevrosi) che Freud isola come “nevrosi narcisistiche”.

Freud collega la malinconia al narcisismo, e si confronta con un caso simile (un pittore del seicento) in cui rinviene lo stesso rapporto col padre segnato da una profonda e ingestibile ambivalenza; stessa trasfigurazione della figura paterna nella figura di Dio; stesso lacerante conflitto tra un atteggiamento femminile/passivo e uno maschile/attivo. Il tutto su una struggente “nostalgia del padre”, che contraddistingue queste affezioni e mette radici in una riluttanza ad accettare la castrazione, in una vera e propria “ribellione contro” la castrazione.

Nel pittore c'è però un delirio: dopo la morte il padre ricompare al figlio non solo nelle vesti di Dio ma anche del diavolo, che gli offre di stringere un patto dal quale il figlio trarrà grandi benefici. Freud paragona il caso del pittore al caso  Schreber.

Ma siamo anche altrove, e cioè nella melanconia. Dice Freud che il delirio del pittore è funzionale  a farlo uscire da uno stato di melanconia che esplode quando il padre muore.

Un lutto della perdita del padre si trasforma in melanconia se il rapporto col padre sta sotto il segno dell'ambivalenza.

Wilson soffre di stati euforici (caratterizzati da megalomania e onnipotenza) e stati depressivi.

Fino al crollo finale si identificherà con Cristo e il conflitto sarà tra Io e Super Io.

L'enfasi è per questo posta da Freud sul narcisismo e sul meccanismo delle identificazioni col padre innanzitutto.

 

Wilson non andò mai oltre questa identificazione col padre. Andare oltre significava attraversare tutto il conflitto edipico risolvendolo con l'idealizzazione al posto dell'identificazione: il padre come ideale dell'io e quindi super-Io,  interiorizzazione delle esigenze e dei divieti genitoriali - e infine il distacco dall'esterno e con un interno oramai consolidato.  La soluzione del complesso edipico implica quindi la costruzione di un Super-Io non sadico punitivo (minaccia di castrazione esagerata) ma una interiorizzazione accettata (senso di sottomissione ma consensuale) che consente di rinunciare ai desideri edipici “amorosi e ostili”.

In Wilson la costruzione del Super-Io non è maturata.

La formula del Super-Io maturo “così come il padre tu devi essere, così come il padre non ti è permesso essere” consentirebbe il passaggio dall'identificazione alla idealizzazione interna della figura paterna. Ma questo divieto in Wilson resta inceppato: l'interruzione dello sviluppo si deve alla ribellione contro la castrazione (castrazione che esprime il divieto edipico nella mente del soggetto.

Questo rifiuto non conduce alla felicità di una condizione umana liberata dalla castrazione,  ma rimuove il divieto nell'inconscio. Il non potere essere come il padre ritorna dall'esterno  come impossibilità di essere (come) il padre, esperita “proiettata” fantasmaticamente nella vita reale.

Questo determina lo scoramento originario di cui soffre il malinconico o che si nasconde nelle vicissitudini del malinconico.

Il Super-Io di Wilson si presenta quindi così: “così come il padre tu devi essere; così come il padre ti è permesso essere”.

Wilson rimarrà sospeso al dovere di essere (come) il padre. E proprio perché questo dovere non sarà per lui sigillato da un non potere (e cioè dal “non avere il permesso” e quindi da una impossibilità interna, data da se stesso), la sua vita si schianterà su una impossibilità all'esterno di adempiere al compito che si era dato.  In Schreber accade invece che vi sia un odio verso il padre e quindi il Super-Io si presenta con questa formula: “così come il  padre tu non devi essere; così come il padre ti è permesso di essere”.

La figura paterna viene posta in una relazione di esclusione interna. Questa radicale messa in discussione sfocia anche in questo caso in un rifiuto della castrazione (posso essere come il padre!), solo che in Schreber si oscilla tra l'odio (maledire il padre per l'eternità), o la rifondazione dell'ordine del mondo.

In sostanza sia il divieto che l'identificazione  col padre servono alla costruzione della soggettività.

Se l'identificazione viene esclusa internamente allora egli cercherà di reintegrarla all'esterno e il mondo diviene il luogo dove sperimentare il copione dell'impossibilità di diventare come il padre.

 

Wilson, Presidente degli Stati Uniti nel corso della I Guerra Mondiale, dalla cui posizione dipenderà buona parte della rifondazione dell'ordine mondiale e, in questo, la posizione degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali, non sarà capace infatti di esercitare il potere che avrebbe potuto usare attraverso l'esame di realtà e dunque tenendo conto dei fatti. Eserciterà lo stesso potere  in un delirio  procedendo verso una rifondazione dell'ordine mondiale da copione.

 

L’Hoover di Clint Eastwood …

 

“Una scena intima e bellissima apre l’ultimo film di Clint Eastwood, a circa 14’ dall’inizio: una madre che parla all’orecchio del figlio e gli rivela una profezia: sarà l’uomo più potente del mondo. Immediatamente dopo, con uno stile che potremmo definire mitologico, la stessa scena si ripete, alcuni anni più tardi, e osserviamo il ragazzo che è intanto cresciuto e legge il giornale. La  madre è visibilmente soddisfatta di quello che il figlio sta facendo”. [2]

Il ragazzo è Hoover, il fondatore dell’FBI, nel  film  J. Edgar , opera  paradigmatica del grande attore  e regista americano. La scena è giustamente guardata  in senso mitologico, come a mostrare il mito fondante dell’ uomo Hoover, quello che lo condurrà per mano lungo tutto l’arco della sua vita/carriera  e in cui lui, l’uomo più potente d’America, e dunque l’uomo più forte del mondo, (…) rinuncia alla sua vita personale, mentre si limita a vivere la vita degli altri, dei milioni di persone che lui intercetterà, (…).[3]

Anche in quest'opera,  si  evidenzia la vita personale e affettiva di Hoover: la presenza pervasiva della madre, il rapporto sessuale con il suo collaboratore Clyde Tolson che dura fino alla morte, i suoi vizi privati, nel contesto storico di una nazione, gli Stati Uniti, attraversata da sommovimenti sociali e politici, da grandi cambiamenti economici fino al consolidamento della posizione imperiale statunitense, in un arco di tempo che va dagli anni ’20 agli anni ’60. Fatti consistenti, dunque, che cambiano la storia degli Stati Uniti e la storia del mondo, e in cui J. Edgar  Hoover ha un ruolo significativo se non predominante.

Con uno straordinario linguaggio cinematografico che Francesco Rubino mantiene nel suo saggio, anche questa storia ci restituisce due elementi chiave: il primo è che “la lettura che Eastwood propone della vicenda umana, politica e storica di J. Edgar Hoover  è dunque opposta sia a quella ufficiale (un uomo dedito al lavoro e alla causa nazionale), sia a quella offerta della stessa sceneggiatura del film di Dustin Lance Black ( un uomo che si priva dei sentimenti, e della sessualità, per dedicarsi alla causa”);[4] il secondo è che “La vita vissuta di Edgar(…) è una biographia literaria (…) dove il paradigma è appunto, la coincidenza di soggetto e oggetto, cioè di vita e biografia.”. [5]

 

"Il risvolto antropologico del potere..."

 

E'  possibile che la storia segua percorsi tanto irrazionali e che il mondo umano sia influenzato da un teatro provato di conflitti e fantasmi? che popoli si facciano abbindolare da uomini deboli psichicamente?

"Che la malattia sia un ingrediente del Potere importante quanto il Male e il Bene, la Ragione e la Fede, la Forza e la Persuasione?"[6]

Significa questo che ogni altro fattore di valutazione storica va eliminato nell'analizzare la figura di Wilson, e quella di Hoover,  e, più in generale, la Storia? [7]

 

 

 



[1] Freud- Bullitt Il caso Wilson . Ed Cronopio 2014, da cui abbiano tratto liberamente una sintesi anche servendoci delle note del curatore.

[2] Peggio: il Reale, la Violenza di A. Magliacane, F. Rubino, Tangram Edizioni 2013,

[3] Perggio: il Reale, la Violenza di A. Magliacane, F. Rubino,

[4] Peggio: il Reale, la Violenza di A. Magliacane, F. Rubino, pag.

[5] Idem

[6] Il  caso Wilson – Bullit, Freud, Cronopio Edizioni, 2014

 

[7] A tal proposito, riportiamo un ampio stralcio da Storia e catastrofe di Luigi Cortesi, Manifesto Edizioni, 2004 , che ci piace ricordare come una delle ricerche più ampie  del grande storico marxista italiano. "Ci si chiede: quale nesso tra pulsione aggressiva-distruttiva e guerra, tra individuo, collettività e Stato? Quale collegamento tra l'ordine soggettivo  (ed anzi singolar-soggettivo) e l'ordine storico - istituzionale. Popoli e Stati sono i grandi individui dell'umanità (Freud cit.). La sfida che il mondo dell'imperialismo, delle guerre e dei grandi movimenti di massa lanciava alla psicoanalisi fu raccolta da Freud negli anni '20 e lo obbligò a quegli approfondimenti teorici che si espressero negli scritti dell'ultima parte della sua vita dedicati al senso e al destino della civiltà umana. (...)

Le aperture critiche sono tuttavia singolarmente ampie in Il disagio della civiltà e in Perché la guerra? (1932). (...) La civiltà deve far di tutto per porre limiti alle pulsioni aggressive dell'uomo,  ma essa non ha finora ottenuto granché, d'altra parte l'aggressività inibita si rivolge o contro l'Io, nel qual caso viene trasformata dal super - Io in "miseria psicologica" (individuale e di massa) e in senso di colpa, oppure riesce a sfondare gli argini della civiltà e dilaga come forza bruta e indomabile teso al proprio appagamento distruttivo o omicida.(Freud cit.)"Ed ora, mi sembra , il significato dell'evoluzione civile non è più oscuro. Indica la lotta tra Eros e Morte, tra pulsione di vita e pulsione di distruzione, come si attiva nella specie umana. Questa lotta è il contenuto essenziale della vita e perciò l'evoluzione civile può definirsi in breve come la  lotta per la vita della specie umana. (Freud)

Può questo modello psicoanalitico rispondere alla esigenza di penetrare criticamente nella società civile come teatro di lotte sociali e politiche, di comprendere la separazione dello Stato dalla società e il suo ergersi come potenza divina, e infine spiegare la guerra? Ne L'avvenire di un'illusione (1927) Freud aveva scritto: “ Le creazioni umane sono facili da distruggere e la scienza e la tecnica, che le hanno edificate, possono anche venire usate per il loro annientamento. Si ha così l'impressione che la civiltà sia qualcosa che fu imposto a una maggioranza recalcitrante da una minoranza che aveva capito come impossessarsi del potere e dei mezzi di coercizione. (...)

(...) Nella nevrosi individuale, il contrasto che il malato fa sullo sfondo del suo ambiente considerato come "normale" ci offre un immediato punto di riferimento. Un simile sfondo viene a mancare in una massa tutta ugualmente ammalata e dovrebbe essere cercato altrove. Quanto poi all'applicazione terapeutica della comprensione raggiunta, a che cosa gioverebbe la più acuta delle nevrosi sociali, visto che nessuno possiede l'autorità di imporre alla massa la terapia?(...)

 

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Novembre 2015 10:38
 
Politica e psicanalisi Note a Storia e catastrofe PDF Stampa E-mail
Mercoledì 28 Ottobre 2015 18:26

(…)la conflittualità “ha le proprie radici nel sistema capitalistico - democratico e le proprie manifestazioni più catastrofiche nella gestione perversa dei problemi mondiali […]. Il capitalismo in forma di democrazia parlamentare manipolata – cioè appunto la tipologia politica di regime interno che ha trionfato attraverso le tempeste del Novecento – non ha al suo arco altre frecce che quella di una continua immissione di tecnologia e di investimenti  riproduttivi e moltiplicativi del capitale, secondo tempi che bruciano i tempi più lenti della natura, della vita e della coscienza”.

 

Con queste note Edoarda Masi ci preparava a rileggere Storia e catastrofe, un bel testo problematico che aveva già visto una prima edizione nel 1984, quando la catastrofe nucleare sembrava imminente. Nel 2004, quando la seconda edizione del libro vede la luce, l’equilibrio del terrore ( si fa riferimento anche a questo concetto, nel testo) si è dimensionato secondo altri parametri che hanno nel rapporto Nord-Sud il loro asse. Il terrore non è venuto meno, ma si è rovesciato sui territori e sui popoli del Sud del mondo, uno fra tutti quel bombardamento di Falluja nel corso della seconda guerra in Iraq, che diede avvio anche a un’inchiesta  giornalistica.

 

 

L’enfasi sul pericolo nucleare, che domina il libro nell’edizione del 1984, non solo non perde forza, ma si estende a tutte le altre forme di distruzione che sono in atto e minacciano la vita stessa sulla terra. Non è estraneo a questo allarme un sentimento di angoscia per l’isolamento, di nuovo, dell’intellettuale cosciente, non solo nel rapporto con la moltitudine ma anche rispetto ai propri confratelli.

 

 

La fine del mondo è interdisciplinare

 

La polemica dello storico di professione si rivolge qui particolarmente alle condizioni della cultura storica: come è possibile ignorare che il rischio è maturato all’interno della storia, e viene

fuori da un trend storico?, ma non risparmia gli studiosi d’altre discipline, perché “la fine del mondo” è “interdisciplinare”(…);  andare oltre, per un quadro più ampio della critica alle origini non solo del capitalismo ma della cultura complessiva che ha prodotto il capitalismo ed è stata in gran parte trasmessa al lavoro antagonista del capitale: oltre l’orizzonte della maggioranza degli scienziati, ancora quello del meccanicismo progressista, che ha costituito la scena filosofica del tipo di scienza sviluppatosi negli ultimi 4 o 5 secoli, alla cui base sta la concezione della natura come oggetto del sapere-potere dell’uomo.

 

Un’umanità al bivio, dice Luigi Cortesi nella sua introduzione alla seconda edizione, venti anni dopo, e subito ci restituisce quella dimensione di “storico  interdisciplinare” che  nell’analisi del quadro delle relazioni internazionale non si ferma alla geopolitica.

 

(…) gli  Usa non hanno più superato il senso di insicurezza della “nazione ferita” e la paura del collasso. (…) Il radicamento ideologico di una politica fortemente militarizzata va esplorato più in profondo, nella costituzione e nella storia dello Stato nazionale, in un’economia di proporzioni titaniche che sorregge l’enorme impalcatura della vita civile e del consenso interno e in una temperie spirituale di missione e di destino che solo una seria ispirazione totalitaria può generare, come per altre vie dimostra la storia della Germania.

Il problema della guerra e il problema di come evitarla, cioè le questioni che riguardano il pacifismo, vanno naturalmente molto oltre il piano geopolitico. Cortesi le definisce implicazioni antropologiche e da uno sguardo al tentativo di riportare il conflitto dal livello estraniato del rapporto tra Stati all’interno delle società civili, e lì risolvere e tendenzialmente annullare la tendenza alla guerra, ovviamente in prospettiva storica. Un rivoluzionamento del paradigma della politica. Ci sembra si avvicini molto alla consapevolezza piena del significato se consideriamo che subito dopo sente il bisogno di affrontare  “la dimensione antropologica e psicologica del problema della guerra. (…) La guerra è fatta da uomini contro uomini; ebbene, quale posto ha tra quelle cause e forze motrici l’elemento umano? Ed è esso limitato alla psicologia e alle ambizioni dei capi, oppure il discorso va esteso al genericamente umano? (…)Sappiamo che all’origine fondativa dei grandi cicli storici c’è il conflitto sanguinoso, il sangue del sacrificio umano, il fratricidio, il parricidio. Dobbiamo nelle guerre vedere l’eterno ritorno del peccato originale antropologico, e alla sua irrimediabilità attribuire il crescere del male storico fino alla soluzione finale?

(…)Volendo scavalcare le guerre dei secoli più lontani per concentrarci su quelle del ‘900, come si potrebbero spiegare su questa ristretta base epistemologica, assolutamente e canonicamente monodisciplinare, origini, svolgimenti, esiti della “nuova guerra dei trent’anni”? Che dire delle grandi forze economiche e delle loro proiezioni sociali e politiche? Come rinunciare a prendere in considerazione quei livelli istituzionali che, pur espressi dalle società, se ne autonomizzano al punto da agire anche contro di esse in nome di interessi disumanizzati? L’organizzazione della forza militare degli Stati non è anche il risultato di una manipolazione mentale e psicologica che agisce fin dall’età infantile e che istituisce l’altro; e che in seguito coltiva l’aggressività individuale e collettiva e le mobilita per la guerra? (…)

Dalla divisione dell’io alla divisione dei popoli ?

"Qui però vorrei analizzare un problema ancora diverso: e cioè il modo in cui attraverso una certa tecnologia politica degli individui, siamo stati portati a riconoscerci come società, come parte di una entità sociale, come parte di una nazione o di uno Stato. E' mia intenzione darvi insomma un'idea non delle tecnologie del sé ma della tecnologia politica degli individui".[1]

 

 

E allora guardiamo ai rapporti tra diritto e violenza, al processo di manipolazione e alla sua reificazione, alla reificazione del potere stesso e le sue fonti, un’indagine archeologica sul potere, per dirla con Foucault, che forse ci avvicina alle fonti di quel disagio nella civiltà che, come acutamente annota Cortesi, sarebbe la traduzione corretta dell’opera di Freud, e  ricordandoci  che per lui  popoli e stati sono “i grandi individui dell’umanità […] spinti a sottrarsi anch’essi per un po’ alla pressione della civiltà e a fornire un momentaneo soddisfacimento alle pulsioni che tenevano imbrigliati” e che -  almeno per quanto riguarda il contesto in cui il padre della psicanalisi si fece carico di una grande questione politica quale quella del coinvolgimento di intere popolazioni dentro una guerra distruttiva -   “popolo e stato coincidono, oppure lo Stato rappresenta il popolo, ed entrambi riproducono alla propria scala l’individuo”.(vedi op.cit. in  Storia e catastrofe : Il disagio della civiltà e Perché la guerra )

 

"Ci si chiede: quale nesso tra pulsione aggressiva-distruttiva e guerra, tra individuo, collettività e Stato? Quale collegamento tra l'ordine soggettivo  (ed anzi singolar-soggettivo) e l'ordine storico - istituzionale.(…) La sfida che il mondo dell'imperialismo, delle guerre e dei grandi movimenti di massa lanciava alla psicoanalisi fu raccolta da Freud negli anni '20 e lo obbligò a quegli approfondimenti teorici che si espressero negli scritti dell'ultima parte della sua vita dedicati al senso e al destino della civiltà umana. (...) Le aperture critiche sono tuttavia singolarmente ampie in Il disagio della civiltà e in Perché la guerra? (1932). (...) La civiltà deve far di tutto per porre limiti alle pulsioni aggressive dell'uomo; ma essa non ha finora ottenuto granché; d'altra parte l'aggressività inibita si rivolge o contro l'Io, nel qual caso viene trasformata dal super - Io in "miseria psicologica" (individuale e di massa) e in senso di colpa, oppure riesce a sfondare gli argini della civiltà e dilaga come forza bruta e indomabile teso al proprio appagamento distruttivo o omicida.(…)"Ed ora, mi sembra , il significato dell'evoluzione civile non è più oscuro. Indica la lotta tra Eros e Morte, tra pulsione di vita e pulsione di distruzione, come si attiva nella specie umana. Questa lotta è il contenuto essenziale della vita e perciò l'evoluzione civile può definirsi in breve come la lotta per la vita della specie umana. (Freud cit.)

Si può quindi dire che il “disagio nella civiltà” è ciò che contraddice ad essa e che essa può forse superare con il processo della sua opera di coercizione educativa del “corredo pulsionale”. Per un verso, cioè, il “disagio” non appartiene alla civiltà perché è estraneo alla sua razionalità. Questa ricerca ci  sembra tanto più importanti quanto alta è la  posta in gioco, oggi. Si parla spesso di crisi di civiltà, e la retorica certo non manca, ma rende l'idea della condizione in cui ci troviamo. Il problema è forse quel significato univoco che insistiamo a dare alla parola civiltà, come alla parola cultura e alla parola identità qui in occidente. D'altra parte dentro una formazione economico-sociale cresciuta a ridosso del colonialismo è il minimo che si possa trovare:  una rappresentazione

 

 

 

 

monocromatica senz'alcuna possibilità di distinzione di posizione e condizione: governanti e governati, Stato e Società, cittadini e istituzioni, un'immagine compatta di una formazione sociale, quella occidentale, che non corrisponde a quella deflagrazione politica, sociale e culturale che ha scomposto se non rotto quasi tutti gli equilibri, da quelli di rappresentanza politica a quelli di distribuzione di ricchezza.

 

 

La psicoanalisi ha qualche attinenza con questa crisi della vita? Forse no. Forse tutto è già stato deciso dal fatto che i capi e le guide, spinti dall’ambizione, dall’avidità, dalla cecità e dalla pigrizia

mentale, sono così decisi a procedere sulla via della catastrofe che la minoranza, la quale vede quanto sta sopravvenendo, è simile al coro del dramma greco: può commentare il tragico corso degli eventi, ma non ha il potere di mutarlo. E tuttavia […]anche lo psicanalista deve parlare del suo punto di osservazione. Egli sa, al pari degli altri, che il tempo stringe e che egli deve sottolineare i problemi principali […] Anzitutto, la psicoanalisi si occupa del problema della consapevolezza critica, della denuncia delle illusioni e delle razionalizzazioni mortali che paralizzano il nostro potere di agire. Oltre a questo, credo che il problema più importante cui la psicoanalisi possa contribuire sia quello del nostro atteggiamento nei confronti della vita stessa.

( Erich Fromm, La crisi della psicoanalisi, ’76,  op. cit. in Storia e catastrofe di Luigi Cortesi)

 

Ma  Fromm non sembra avvicinarsi al piano che gli  interrogativi dell’autore di Storia e catastrofe si pone, ovvero se la psicanalisi e le sue risposte sono in grado di penetrare criticamente nella società civile come teatro di lotte sociali e politiche, di comprendere la separazione dello Stato dalla società e il suo ergersi come potenza divina, e infine spiegare la guerra (….), mentre lindagine che Agnes Heller, con una aperta concezione marxiana dell’essenza dell’umanità propone (Istinto e aggressività. Per un’antropologia sociale marxista, Feltrinelli ’78.. Op. cit. in Storia e Catastrofe)    si indirizza  al terreno sociale della “costruzione”.

Per quanto orribile possa sembrare, anche in questo caso è l’oggettivazione a produrre il bisogno.[…]la stessa aggressività può diventare, anche nella sua forma più estrema, natura umana, è costruibile in essa. Ma ciò può anche non avvenire, qualora la struttura della società non offra alcuna possibilità. (op.cit.)

Se sostituiamo, il termine formazione a quello di costruzione, in entrambi i casi, ci sembra che la questione si ponga allo stesso modo:[…] Se nell’analisi dell’aggressività muoviamo dal problema se la guerra o l’omicidio in generale sia difensivo o offensivo, non cogliamo il vero centro della questione, al contrario, ce ne allontaniamo. La domanda concreta che dobbiamo porci è piuttosto la seguente: cos’è che produce nella psiche dell’uomo di oggi quelle tendenze che possono portare ad una guerra, nonostante che (a differenza di quasi tutto il passato della storia umana) noi oggi valutiamo negativamente le guerre e vi vediamo una minaccia mortale per l’umanità o per la stessa esistenza umana?(op.cit.)

Cortesi, che ci sembra più convinto da questa direzione della ricerca, parla di ampliamento del potere formativo della storia rispetto a una presunta “datità” psichica innata.

La storia siamo noi (?) Azione! Ciak, si gira: desideri…

proprio come il comando che viene prima (o dopo?) sul set cinematografico, anche su quello della civiltà e del suo disagio, dove un Toto-Tarzan, “uomo di foresta e forestiero”  sentenzia “la civiltà è tutto quello che non vuoi quando non ti serve”.  Ma non siamo noi molto oltre il set – o forse così dentro ? – in cui ancora ci si può sottrarre al comando? Ci si può davvero sottrarre, come ci suggerisce  Lewis Mumford ne   Il pentagono del potere?

 

(...) Se il potere stesso in sé non è mai sembrato tanto saldo come oggi, oggi che un dopo l'altra brillanti e sconcertanti imprese tecnologiche incessantemente si avvicendano, tuttavia le sue controparti negative, la sua antimateria, non è parsa mai così minacciosa... Sì, la struttura fisica del potere non è mai stata più fittamente articolata: ma i sostegni umani di essa non furono mai così fragili, indecisi e  vulnerabili...Tutto ciò è accaduto così in fretta che moltissimi stentano a comprendere che sia accaduto realmente; ma è così, negli ultimi anni le basi stesse della nostra vita sono crollate: istituzioni umane e convinzioni morali che per giungere a un certo, minimo, grado di efficienza, richiesero millenni di sforzi, sono scomparsi, dissolvendosi sotto i nostri occhi...Le prime prove di questa trasformazione si presenteranno come mutamento interiore, e questi mutamenti spesso colpiscono  all'improvviso e lavorano in fretta. Ognuno di noi, finché ha vita, può svolgere un ruolo districandosi personalmente dal sistema, affermando la priorità della sua persona con tranquilli atti di astensione mentale o fisica, gesti di anticonformismo, rifiuti, restrizioni, inibizioni, tutto ciò che serve per scrollarsi alle spalle il giogo del Pentagono di Potere.

O dovremmo prendere in considerazione la visione di Fornari, di un Johnson presidente degli Stati Uniti in preda all’ansia ancorché pronunciava il suo ciak per il massacro del popolo vietnamita[2] ?  il che non ci meraviglia, dopo i Wilson e gli Hoover [3]!

 

Infine, a quale orizzonte dobbiamo guardare per trovare il “non ripetersi del ripetersi” con cui Nazim Hikmet concludeva la sua struggente poesia ?

 

 

 

 



[1] Michel Foucault in Tecnologie del sé, 1992.

[2] A proposito della guerra nel Vietnam Fornari equipara la paranoia di Johnson e quella di Ho-ci-minh, e suggerisce che gli americani avrebbero dovuto anziché accusare Johnson di essere un boia, aiutarlo nel controllare le sue ansie , dovute alla necessità di desistere dall’aggressine pur essendo più potente della vittima. (Luigi Cortesi in Storia e catastrofe- 2004 e F. Fornari , Psicanalisi della guerra, op. cit. in Storia e Catastrofe)

 

[3] Vedi  Politica e psicanalisi. Note sul Wilson di Freud  nel n. 0 di Sovrastrutture, Classi Edizioni

Ultimo aggiornamento Mercoledì 04 Novembre 2015 10:25
 
CASA-ALLOGGIO DI CHIANCHE: UN'ESPERIENZA FORMATIVA IMPORTANTE PDF Stampa E-mail
Giovedì 22 Gennaio 2015 15:11


Politiche sociali: securus[1] o buen vivir[2]…..

L’uomo moderno è un animale nella cui politica è in questione la sua qualità di essere vivente (Foucault, La volontà di sapere)

Quello che segue è un articolo comparso su un numero del quotidiano L’Avvenire, edizione locale di Benevento, che da conto del risultato di quello che possiamo definire un ‘esperienza – pilota in una casa-alloggio per persone con disagio mentale “sui generis” almeno rispetto a quella che viene considerata “la norma”. Mentre le politiche di Welfare sostenibile virano verso quello che ormai si configura come un charity business, altre esperienze cosiddette “dal basso” suggeriscono possibilità assai diverse, sia nella concezione delle buone prassi sia nella metodologia delle relazioni di partenariato. Si tratta, in questo caso, dell’esperienza del consorzio di Città Sociale e della sinergia messa in campo con l’Arcidiocesi di Benevento nell’elaborazione di percorsi di cura e presa in carico del disagio.

 

Insieme alla pubblicazione dell’articolo, ci siamo posti l’obbiettivo di cominciare a impostare un’indagine del sistema di relazione e implicazione nel rapporto tra stato e cittadino, almeno in alcuni punti chiave, che coinvolga innanzitutto la politica che sottende a questa reazione e che evidenzi una rottura del paradigma del fare welfare. Ci sono “ zone grigie” nella vita sociale di questo e di altri paesi che già prefigurano la rottura, quella che sta alla base della “macelleria sociale” quotidiana. L’indagine andrebbe attraversata senza remore : securus, charity business, emergenza…

Il welfare, come modello di relazione capitale/lavoro e stato/società, ci sembra la posta in gioco: la modifica strutturale di questo modello ci fa pensare all’invalidamento di un paradigma che potrebbe mettere in luce molte cose. Quando nei momenti più critici del rapporto tra stato e società alcuni intellettuali e costituzionalisti denunciano che i cittadini ora si vengono a trovare in una condizione di sudditanza, rivelano che il concetto di cittadinanza sta cambiando o è già cambiato.

Il contratto sociale di Rousseau a cui tutti ci riferiamo quando pensiamo all’origine dello Stato e delle città moderne …non è più. Come si dice dei defunti. Sul piano sociale questa rottura del contratto si rovescia come una sorta di messa al bando per tutti coloro che perdono i riferimenti che avevano nei servizi essenziali, non negoziabili perché esigibili” per la qualità dell’essere vivente”. Al di là di ogni considerazione di opportunità sulle politiche assistenziali piuttosto che di empowerment secondo i più aggiornati protocolli di erogazione del welfare,

la nuda vita che si nutre di questi servizi essenziali, subisce la rescissione del contratto di cittadinanza: se la presa in carico del suo disagio non è più considerata esigibile è alla mercè del resto del corpo sociale e la natura del suo disagio cambia e viene classificata come “questione di sicurezza”, securus, appunto sine-cura, che è il contrario di welfare.

Ma ci sono esperienze sociali dove la rescissione del contratto viene rovesciata e saldata diversamente e dove la cura di sé e la cura della collettività vivono in un unico perimetro sia metaforico che reale. L’esperienza della casa-alloggio di Chianche sta dentro questo perimetro..


LA CASA FAMIGLIA CHE AIUTA CHI VIVE IL DISAGIO PSICHICO

Di Massimo Maietta e Angelo Moretti

L’Unitalsi di Benevento e la Caritas Diocesana stanno condividendo una nuova esperienza di accoglienza e riflessione sul disagio psichico e spirituale, Si tratta di una esperienza pilota denominata “Casa Famiglia Unitalsi”: la casa alloggio realizzata con grande generosità e grandi sforzi dall’Unitalsi di Chianche, in provincia di Avellino, rappresenta infatti una grande innovazione per la nostra diocesi, ma potremmo dire per il Sud. Si tratta di un centro di spiritualità, studio, formazione ed accoglienza denominato appunto “ Casa Famiglia Unitalsi”. Destinatari principali del centro sono i sacerdoti, i religiosi e le religiose che si rivolgono a noi per una richiesta di aiuto psicologico e spirituale, ma la struttura è aperta anche ai laici.

Nei giorni scorsi lo staff del centro è stato tra i fortunati partecipanti al Convegno dell’Ufficio Nazionale di Pastorale della salute”: La psichiatria in tempo di crisi” , che ha accolto un messaggio

Di Mons. Domenico Pompili, Sottosegretario CEI intervenuto a portare il saluto del vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della CEI. Diceva Mons. Pompili, " la psicologia del profondo ha bisogno di un'antropologia più ampia per comprendere che l'angoscia dell'uomo non nasce solo da determinate situazioni esteriori ma che è essenziale all'uomo a motivo della sua libertà. Senza la luce della teologia si corre il rischio di ridurre l’uomo e di placare la sua angoscia solo con proposte terapeutiche le quali, se attuate solo nel loro carattere esteriore, provocherebbero il massimo danno possibile e cioè la perdita della libertà”. E per esemplificare il suo messaggio Pompili ha citato il grande poeta Gibran: "Nacqui una seconda volta quando la mia anima e il mio corpo si innamorarono e si sposarono".

Ci siamo sentiti chiamati in causa come operatori responsabili di un'esperienza fortemente innovativa e fortemente voluta dall’arcivescovo Andrea Mugione Per la prima volta, infatti, si prova a mettere insieme un percorso laico di emancipazione dal disagio psicologico e un percorso di riappropriazione di una identità religiosa/vocazionale con una equipe composta da un direttore spirituale, uno psichiatra ed uno psicoterapeuta. La nostra presa in carico è focalizzato non tanto sulla psicopatologia del soggetto e sulla sua risoluzione terapeutica, quanto sulla formazione emotiva reale, il recupero del senso e direzione della propria vocazione e la messa in discussione di pratiche devianti dovute al disagio. Si tratta di una concezione della cura come accompagnamento esperienziale globale, ai fini di un recupero, un approfondimento e una rielaborazione delle dinamiche personali nel loro intrinseco contatto con i valori sociali di solidarietà e con la volontà personale tesa all'impegno verso il bene.

Ci muove la convinzione che tale nucleo centrale di sviluppo delle risorse umane sia possibile attivarlo attraverso una direzione spirituale “integrata” e “sostenuta” dalla lettura esperta e laica dei vissuti psicologici e dalla cura psichiatrica, laddove questa dovesse rivelarsi necessaria.

Ciò che si invera a partire dall'operare del progetto è una sorta di simulazione. Tutto funziona “come se” si trattasse di un modello di vita normale, all'interno di una griglia di formazione dove sono inseriti tutti, compresi gli operatori stessi. In questo “palcoscenico protetto” si sviluppa poi la realtà delle cose che avvengono, attraverso il tessuto relazionale che a fatica si costruisce ogni giorno.

Le differenze o le reificazioni psichiatriche, psicopatologiche, di disadattamento, di invalidità, come tratti di differenziazione o di individuazione tra le persone o delle persone, sono per noi solo momenti e fasi da affrontare con un intervento di formazione individualizzata. Tale formazione è tesa a far entrare tutti, dopo la fase di crisi, - che può ripetersi durante il percorso per altri motivi - nel progetto comune del vivere e dello stare assieme, con gli altri e con noi stessi, in atteggiamenti nuovi e con una qualità diversa: tutti assieme nel rituale della vita quotidiana (uomini, donne, operatori, utenti etc) organizzata attorno al dialogo formativo, in una convivenza che consente l'emergere delle vere questioni umane, questioni interpersonali e personali che altrimenti verrebbero mascherate e/o rimosse.

Il tutto con la direzione spirituale e i dialogo costante tra arcidiocesi ed equipe sul futuro sviluppo dei percorsi personalizzati dei sacerdoti.

In definitiva, lavoriamo sul riconoscimento del desiderio per quanto attiene tanto all’autentico dialogo spirituale interiore quanto alla fenomenologia psichica che vuol dire: sentire e riconoscere fortemente di voler ottenere un risultato, fare qualcosa in una direzione di senso in cui la vocazione è scoperta e riscoperta . senza paura del giudizio.

Come ha detto un nostro ospite: Nella crisi che ti addolora, sentirsi oggetto di un amore gratuito può dare la spinta al cambiamento e al bene”.

Il Centro Studi di Chianche va dunque nella direzione di una casa di fraternità, di sosta, di studio in cui favorire il cambiamento contro la tentazione dell’allontanamento e della condanna di chi soffre per un disagio psichico, che appunto è sofferenza e non colpa.

 

 

 



[1] Il termine viene da sine-cura, senza cura, che è il contrario di welfare e di Healthcare…

[2] E’ la definizione con cui le politiche sociali della Bolivia di Evo Morales indicano il Welfare

Ultimo aggiornamento Giovedì 22 Gennaio 2015 16:27
 
Materiality and expansion of the social experience: the imagination in Primates PDF Stampa E-mail
Lunedì 10 Novembre 2014 13:40

EXPANSION(S) OF EXPERIENCE: SYMBOLIC AND MATERIAL DIMENSIONS
WORKSHOP AT THE UNIVERSITY OF NEUCHÂTEL

NOVEMBER 6-7, 2014

Materiality and expansion of the social experience:

 

the imagination in Primates




Massimo Maietta

 

"In 1960, when he began to study the wild chimpanzees of Gombe National Park in Tanzania, we did not know almost anything on their behavior. We had no idea of how much they look like us: life-long lasting friendships between members of the same family and ability to use and produce tools are just one of those. And chimpanzees also have a culture: a learned behavior can be transmitted to further generations through observation, imitation and practice"Jane Goodall (Introduction of "In Praise of Primates"). Goodall exactly introduces the spirit I will have in dealing with the evolutive matrix of our symbolic quality. The considerations which I will state, adapt to a poster for this meeting, agree with the theoretical path that I called the Social Human Ethology.

It is a short fragment bound to the field of research and observations developed from the researches of Alain Brossard.The researches carried out in the psychogenic field led me to expand my study up to consider the development of the individual and social behaviors of primates: the evolutive place where the attachment and the social imprinting was sprung up. In this poster I would like to grab the meaning by using photos and focus on the processes social materiality and emergency, with the assumption of a close relationship between imaginative and/or mental (construction of imaginative processes) individual activities in our closest relatives.

Ultimo aggiornamento Martedì 11 Novembre 2014 12:53
 
Grillo, il Movimento e il cambiamento PDF Stampa E-mail
Sabato 11 Maggio 2013 20:29

Pensando alle molte persone che scrivono sul blog (e sui blog) e che agiscono in questo nuovo modo, politicamente, e sperano grazie a Grillo e al suo movimento di avere una possibilità di dire la propria e contare qualcosa, gente non qualunquista né disperata ma che ama “esserci” come Grillo, pensando a loro ho messo insieme dei pensieri.

Poi mi sono sentito stimolato a scriverli per “pubblicarli” sul nostro sito e sul blog di Grillo dalla mia amica e collaboratrice Anna Cotone, che ha intercettato e mi ha girato una suggestiva dichiarazione di Dario Fo che ha usato la parola "magia" per spiegare il rapporto di Grillo con il suo movimento e con l'opinione pubblica.

Alla fine del frammento che dedichiamo a Grillo e al suo Movimento, alleghiamo uno scritto dal suo blog (presumibilmente scritto da lui e dai suoi stretti collaboratori) molto suggestivo.

Il nostro gruppo di lavoro da un valore antropologico fondamentale alle suggestioni.

Penso che il voto dato a Grillo è stato un voto “passionale e mentale” pulito.

Un voto antisistema, come dicono i commentatori.

Un movimento forte, giovane, femminile e maschile.

Ho la certezza che non si è trattato di un semplice “voto” (come quello che molti di noi danno senza alcuna responsabilità) o di un voto “politico” di scambio magari come quelli del frodatore Berlusconi; o di un voto nostalgico dato a una compagine che ricorda qualcosa che non c'è più (la Sinistra o la Destra); o di un voto dato a una compagine che ricicla qualche scarto senza fare politica e sentire la gente (come il gruppo di Monti) ma fa solo un servizio statale e che fa procedere il Paese come un treno, senza deragliare, verso il baratro...

Questo ci porta a valutare il Movimento di Grillo, per il momento e nella misura in cui continuerà a mantenere questa posizione, come una forza culturale e civile che può determinare un cambiamento di natura politica.

Purtroppo questa natura del Movimento non lo rende adatto a essere contattato da altri e ad interagire con gli altri, anche se questi altri sono persone per la maggior parte corrette (come la maggior parte di quelli della coalizione del PD) e/o specificamente affidabili, come Grasso e la Boldrini ad esempio.

Non dimentichiamo difatti che se da un lato il PD si è presentato di fronte agli elettori in modo serio (rispetto all'impresentabilità della parte opposta) è anche vero che siamo giunti a questo livello di distruzione della cosa pubblica grazie all'opera autolesionistica della Sinistra.

E se è sorto un Movimento come quello di Grillo (e oggi è realtà), questo non può essere compatibile con nessuno che non sia esattamente sulla stessa linea.

Vedo quindi normale il pensiero di Grillo quando dice che dovrà rimanere solo il Movimento 5 Stelle in un futuro nuovo e in un “normalizzato” paese.

Questo la gente, gli stessi del Movimento e chi lo ha votato, non lo comprende.

Ho sentito parlare di fascismo, nazismo e cose simili (e da che pulpito parte la predica signori miei1) a proposito della posizione di Grillo.

I Grillini e coloro che hanno votato il Movimento vorrebbero ora guardare avanti e darsi da fare per migliorare le cose.

Forse anche pressati da tutti quelli che parlano di situazione critica e di bisogni nazionali o internazionali e di imminenti catastrofi, sia in modo demagogico, per mettere in difficoltà e far decadere “il nuovo rappresentato” dai Grillini che in modo ideologico, per non spezzare la continuità con il sistema di potere che deve riassestarsi quanto prima e quindi coinvolgere i Grillini nel sistema stesso ancora malato.

Il punto è che l'unico modo per guardare avanti oggi come oggi, e non solo nel nostro Paese, è seguire uno come Grillo.

E se si è giunti a dover essere come Grillo questo non è colpa del narcisismo di Grillo, ma dei frodatori che abbiamo votato e che abbiamo eletto per 50 anni e che ci hanno condotto sull'orlo dell'abisso.

La governabilità di quale sistema dovrebbero garantire i Grillini?

 

Un po' di storia spicciola

Per un attimo vediamo le cose che è riuscito a realizzare dal punto di vista delle novità introdotte dal suo movimento sin dall'inizio del suo percorso politico.

In una condizione pericolosa e fuori legge come quella che si è venuta a creare innanzitutto ha iniziato a denunciare (con prove alla mano) i giochi di potere e le incredibili illegali collusioni a livello economico, politico, ecc.

Su questo ha creato consenso e ha iniziato a proporre oltre alla protesta una possibilità di aggregazione e di discussione sulle cose da fare.

Utilizzando una onesta qualità di comunicazione (il sorriso e l'ironia sono elementi di trasmissione del pensiero emotivo complesso) ha potuto sfruttare l'unico mezzo libero che esisteva e che non era soggetto a censura (ancora per quanto?) e ha costruito il Movimento.

Si è mosso in prima persona sempre e ha sempre vinto le battaglie mostrando poca ideologia e demagogia. E se ha esagerato nell' (e sull’) atteggiamento clownesco è stato più per le assurdità che aveva (e abbiamo) di fronte che per la sua qualità narcisistica o artistica.

Senza spendere e far spendere nulla a nessuno hanno fatto entrare il cittadino (non solo uomini, ma donne, giovani e senza potere, ecc.) nei meccanismi politici e istituzionali senza deleghe e mediazioni non chiare.

Tutto ciò dopo decenni in cui dello Stato e della cittadinanza è stato fatto di tutto e al cittadino è stata data l'illusione della rappresentanza, mentre veniva manipolato e veniva svenduta la cosa pubblica ad opera della Casta e dei poteri vari, neanche più tanto nascosti da Berlusconi in poi2.

Nessuno che non fosse colluso (pena l'esclusione dal gioco o l'eliminazione fisica!) poteva più avvicinarsi ai giochi del potere che hanno sostituito le dinamiche istituzionali sociali e civili.

E dopo che meccanismi così perversi e collaudati avevano allontanato la vita dei cittadini da quella che era diventata oramai (come al tempo della monarchia e dell'aristocrazia) una casta di ricchi e privilegiati e dove col tempo ai veri aristocratici si sono sostituiti arroganti cavallini rampanti, ruffiani e prostitute d'alto bordo.

Non dimentichiamo, quando critichiamo Grillo, di queste semplici verità disponibili per tutti quelli che sono nati da madre e non volgono lo sguardo altrove3.

Oggi il cittadino può parlare con il suo referente (Grillo) o con gli uomini delle istituzioni stando sullo stesso piano e senza essere parte della casta.

E badi il lettore che non è la sceneggiatura di un film di Woody Allen...

Grillo per giungere a questo ha messo in gioco tutto se stesso.

Anche le sue reazione contro alcuni dei suoi, che si erano avventurati a passaggi televisivi o politici, sono state magari esagerate ma utili a chiarire non chi comanda ma dove si deve andare e che tale posizione di reattività era diretta verso tutti, nessuno escluso. A costo di autolesioni.

E questo vuol dire che si è tutti di un pezzo.

Ed è l'unico modo per porre, non demagogicamente, la questione dell'impegno, della legalità o di qualsivoglia questione.

La vera forza di questo Movimento, quindi, è che non è in vendita.

Non può essere comprato e Berlusconi lo sa e per questo per la prima volta nella sua triste vita è molto “meditativo” e sente forse di essere alla fine della sua avventura.

Precedentemente gli altri, come oggi sappiamo, li ha comprati a suon di milioni di euro e sappiamo che i soldi fanno venire la vista “ai cecati” (ai non vedenti).

Quindi tutti sappiamo (ora che le cose stanno accadendo ineluttabilmente) che il voto dato a Grillo non è un voto dato da chi, deluso, disperato o disfattista, non ama la politica, ma è il voto che da voce a chi pensa che per cambiare le cose (senza usare armi) non si possano seguire certe strade classiche.

Ora tutto ciò è diventato realtà!

In sintonia con l'impegno profuso ora occorre andare sino in fondo.

Il dibattito all'interno del Movimento è aperto sul blog e si rimane aperti alla rappresentanza diretta. Ma il blog non è il luogo delle decisioni così come non è stato il luogo dove è nato l'impegno di Grillo.

È condivisibile l'idea di discutere per un programma?

Va fatto in una situazione non istituzionale?

O va fatto in una situazione istituzionale comunque malata?

Va fatto in segreto?

Si può aspettare (come ha detto Grillo in una intervista) tra un anno la fine di una possibile coalizione lussuriosa PD-PDL? O PD-Monti?

O aspettare che si bruci il PD del tutto? Con gli impresentabili mafiosi, lussuriosi, ruffiani e prostitute d'alto bordo in attesa?

Possiamo aspettare tra un anno che il Paese cada nel disastro (generato dalla coalizione) e poi rifare le elezioni per poi far vincere il Movimento con l'80%?

Anche pensando che così si potrebbe fare fino in fondo la rivoluzione culturale e civile necessaria, rimarrebbe il tempo e lo spazio per farlo?

Tutti stanno spingendo che si risolva la “questione Italia”.

Da sempre un problema o forse da quando non c'è più una ingerenza esterna come quella americana.

L'Europa che, compresa l'importanza del nostro Paese come modello culturale nel bene e male, parla di contagio e di sindrome greca lasciandosi andare addirittura a ingiurie (clown) e a fare tutta un'erba e un fascio.

Sanno bene che il crollo del sistema democratico può essere catalizzato dal (nel) nostro Paese, dove tutte le forme per “governare” sono state usate e non hanno prodotto nulla di governabile.

I politici nostri, da quelli che devono sopravvivere ai loro guai a quelli che vogliono entrare nel gioco sfruttando complicità e collusioni, tutti spingeranno per ristabilire il sistema di potere quanto prima e a qualunque costo.

Lo chiederanno a Bersani (se rimane solo), costringendolo o a mettersi da parte (a favore di qualche cavallino rampante e passando dalla padella alla brace) o a fare ciò che lo farebbe sopravvivere, o vivere bene direi, (qualche coalizione scellerata, visto che il Movimento non cede?), seguendo la strada che tutti hanno seguito sino ad oggi.

Prendendosi mensile e pensione per qualche altro anno.

Si è parlato di governo del Presidente, meglio se garantito da una riconferma di Napolitano al Quirinale.

Purtroppo anche il Presidente Napolitano non può garantire ai cittadini il cambiamento.

Ha sulla coscienza, a nostro parere, l'aver salvato Nicola Mancino, pur di non scoprire le carte di uno Stato che evidentemente non ha garantito la parte migliore di sè stesso.

Evidentemente quello che è stato fatto è troppo grave e quindi non c'è possibilità di cambiamento ma occorre tenere il segreto e coprire le cose “come male minore”.

E allora chi può fare qualcosa?

Grillo, Casaleggio e i ragazzi del Movimento possono farlo? L'aver lottato e il tenere la posizione essendo fuori dai giochi può bastare?

Ci vorrebbe l'80% dei voti... ma non ci sono.

E aspettare che i “cadaveri passino trasportati dal fiume” può non essere una cattiva idea in una prospettiva a medio termine.

I politici navigati sanno come sfruttare le cose: a volte si accontentano dell'uovo di oggi (come dice un commentatore) a volte della gallina di domani.

Ma in queste condizioni un po' particolari e trattandosi di un Movimento fiero che cerca il cambiamento le cose vanno poste diversamente.

E vorrei che avessimo lo spazio e il tempo per porre le questioni.

Temo solo che, se assieme ai cadaveri sul fiume arriva anche una piena, quella arriva per tutti.

Forse allora dovremmo porre la questione del formarci alla navigazione rischiosa e difficile, dove da un lato devi prendere decisioni veloci e collegate al contesto e dall'altro le devi prendere in un'ottica del tutto nuova, senza contare su una rotta o perlomeno contando su una rotta che sia legata ai sogni e alla magia delle suggestioni.

Questo solo può sorreggerci e portarci ad un nuovo approdo (oggi difficilmente immaginabile).

Massimo Maietta, Marzo 2013

Citazione

(dall'home page di Beppe Grillo il giorno dopo la manifestazione elettorale a Piazza S. Giovanni)

“Cercavamo una porta per uscire. Eravamo prigionieri del buio. Pensavamo di non farcela. Ci avevano detto che le finestre e le porte erano murate. Che non esisteva un’uscita. Poi abbiamo sentito un flusso di parole e di pensieri che veniva da chissà dove. Da fuori. Da dentro. Dalla Rete, dalle piazze. Erano parole di pace, ma allo stesso tempo parole guerriere. Le abbiamo usate come torce nel buio, come chiavi da girare nella serratura per andare altrove, in posti sconosciuti, verso noi stessi. E ora siamo fuori, siamo usciti nella luce e non ci siamo ancora del tutto abituati. Stringiamo gli occhi e, anche se sappiamo che stiamo percorrendo l’unica via possibile, abbiamo qualche timore, ed è normale. Quello che sta succedendo ora in Italia non è mai successo prima nella storia delle democrazie moderne. Una rivoluzione democratica, non violenta, che sradica i poteri, che rovescia le piramidi. Il cittadino che si fa Stato ed entra in Parlamento in soli tre anni. Abbiamo capito che eravamo noi quella porta chiusa, che le parole guerriere erano da tempo dentro di noi, ma non volevano venire fuori, pensavamo di essere soli e invece eravamo moltitudine. E adesso siamo sorpresi che così tante persone a noi del tutto sconosciute avessero i nostri stessi pensieri, le nostre speranze, le nostre angosce. Ci siamo finalmente riconosciuti uno nell’altro e abbiamo condiviso parole guerriere. Parole che erano state abbandonate da tempo, di cui si era perso il significato, sono diventate delle armi potenti che abbiamo usato per cambiare tutto, per ribaltare una realtà artificiale dove la finanza era economia, la menzogna era verità, la guerra era pace, la dittatura era democrazia. Parole guerriere dal suono nuovo e allo stesso tempo antichissimo, come comunità, onestà, partecipazione, solidarietà, sostenibilità si sono propagate come un’onda di tuono e sono arrivate ovunque annientando la vecchia politica. Siamo diventati consapevoli della realtà. Sappiamo che possiamo contare solo sulle nostre forze, che il Paese è in macerie e che quello che ci aspetta sarà un periodo molto difficile, ci saranno tensioni, problemi, conflitti, ma la via è tracciata. L’abbiamo trovata questa via e ci porta verso il futuro, un futuro forse più povero, ma vero, concreto, solidale e felice. C’è una nuova Italia che ci aspetta. Sarà bellissimo farne parte”.

 

 

1 De Mita ha parlato di come si è affermato il nazismo riferendosi al modo in cui si sta affermando Grillo!

2 Sul nostro laboratorio culturale analizzeremo la storia italiana dal dopoguerra ad oggi, mostrandone i passaggi, secondo noi, chiave e le logiche sottese.

3 Viene voglia di ricordare il povero Levi e scomodarlo anche se per questioni di di bassa soglia che però possono diventare pericolose a lungo andare.

Ultimo aggiornamento Sabato 11 Maggio 2013 20:37
 
Grillo, il Movimento e il cambiamento PDF Stampa E-mail
Mercoledì 20 Marzo 2013 16:29
Pensando alle molte persone che scrivono sul blog (e sui blog) e che agiscono in questo nuovo modo, politicamente, e sperano grazie a Grillo e al suo movimento di avere una possibilità di dire la propria e contare qualcosa, gente non qualunquista né disperata ma che ama “esserci” come Grillo, pensando a loro ho messo insieme dei pensieri. Poi mi sono sentito stimolato a scriverli per “pubblicarli” sul nostro sito e sul blog di Grillo dalla mia amica e collaboratrice Anna Cotone, che ha intercettato e mi ha girato una suggestiva dichiarazione di Dario Fo che ha usato la parola "magia" per spiegare il rapporto di Grillo con il suo movimento e con l'opinione pubblica. Alla fine del frammento che dedichiamo a Grillo e al suo Movimento, farà seguito uno scritto dal suo blog (presumibilmente scritto da lui e dai suoi stretti collaboratori) molto suggestivo. Il nostro gruppo di lavoro[1] da un valore antropologico fondamentale alle suggestioni.   Penso che il voto dato a Grillo è stato un voto “passionale e mentale” pulito. Un voto antisistema, come dicono i commentatori. Un movimento forte, giovane, femminile e maschile. Ho la certezza che non si è trattato di un semplice “voto” (come quello che molti di noi danno senza alcuna responsabilità) o di un voto “politico”: di scambio, magari come quelli del frodatore Berlusconi; o di un voto nostalgico dato a una compagine che ricorda qualcosa che non c'è più (la sinistra o la destra); o di un voto dato a una compagine che ricicla qualche scarto senza fare politica e sentire la gente (come il gruppo di Monti), ma fa solo un servizio statale e che fa procedere il Paese come un treno, senza deragliare, verso il baratro...   Questo ci porta a valutare il Movimento di Grillo, per il momento e nella misura in cui continuerà a mantenere questa posizione, come una forza culturale e civile che può determinare un cambiamento di natura politica. Purtroppo questa natura del Movimento non lo rende adatto a essere contattato da altri e ad interagire con gli altri, anche se questi altri sono persone per la maggior parte corrette (come la maggior parte di quelli della coalizione del PD) e/o specificamente affidabili, come Grasso e la Boldrini, ad es. Non dimentichiamo difatti che se da un lato il PD si è presentato di fronte agli elettori in modo serio (rispetto all'impresentabilità della parte opposta) è anche vero che siamo giunti a questo livello di distruzione della cosa pubblica grazie all'opera autolesionistica della sinistra.   E se è sorto un Movimento come quello di Grillo (e oggi è realtà), questo non può essere compatibile con nessuno che non sia esattamente sulla stessa linea. Vedo quindi normale il pensiero di Grillo quando dice che dovrà rimanere solo il Movimento 5 stelle in un futuro nuovo e “normalizzato” paese.   Questo fatto non è compreso dalla gente, da chi lo ha votato e persino dagli stessi del Movimento, nella sua reale misura. Ho sentito parlare di fascismo, nazismo e cose simili (e da che pulpito parte la predica signori miei[2]) a proposito della posizione di Grillo. I grillini e coloro che hanno votato il Movimento vorrebbero ora guardare avanti e darsi da fare per migliorare le cose. Forse anche pressati da tutti quelli che parlano di situazione critica e di bisogni nazionali o internazionali e di imminenti catastrofi; sia in modo demagogico, per mettere in difficoltà e far decadere “il nuovo rappresentato” dai grillini, che in modo ideologico, per non spezzare la continuità con il sistema di potere che deve riassestarsi quanto prima e quindi coinvolgere i grillini nel sistema stesso ancora malato.   Il punto è che l'unico modo per guardare avanti oggi come oggi, e non solo nel nostro paese, è seguire uno come Grillo. E se si è giunti a dover essere come Grillo questo non è colpa del narcisismo di Grillo, ma dei frodatori che abbiamo votato e che abbiamo eletto per 50 anni e che ci hanno condotto sull'orlo dell'abisso. La governabilità di quale sistema dovrebbero garantire i grillini?     Un po' di storia spicciola Per un attimo vediamo le cose che è riuscito a realizzare dal punto di vista delle novità introdotte dal suo movimento sin dall'inizio del suo percorso politico. In una condizione pericolosa e fuori legge come quella che si è venuta a creare innanzitutto ha iniziato a denunciare (con prove alla mano) i giochi di potere e le incredibili illegali collusioni a livello economico, politico, etc. Su questo ha creato consenso e ha iniziato a proporre oltre alla protesta una possibilità di aggregazione e di discussione delle cose da fare. Utilizzando una onesta qualità di comunicazione (il sorriso e l'ironia sono elementi di trasmissione del pensiero emotivo complesso) ha potuto sfruttare l'unico mezzo libero che esisteva e che non era soggetto a censura (ancora per quanto?) e ha costruito il Movimento. Si è mosso in prima persona sempre e ha sempre vinto le battaglie mostrando poca ideologia e demagogia. E se ha esagerato nell'(e sull)'atteggiamento clownesco è stato più per le assurdità che aveva (e abbiamo) di fronte che per la sua qualità narcisistica o artistica.   Senza spendere e far spendere nulla a nessuno hanno fatto entrare il cittadino (non solo uomini, ma donne, giovani e senza potere, etc.) nei meccanismi politici e istituzionali senza deleghe e mediazioni non chiare. Dopo decenni in cui, dello Stato e della cittadinanza, è stato fatto di tutto e al cittadino è stata data l'illusione della rappresentanza, mentre veniva manipolato e veniva svenduta la cosa pubblica ad opera della Casta e dei poteri vari, neanche più nascosti da Berlusconi in poi[3]. Nessuno che non fosse colluso (pena l'esclusione dal gioco o l'eliminazione fisica!) poteva più avvicinarsi ai giochi del potere che hanno sostituito le dinamiche istituzionali sociali e civili. E dopo che meccanismi così perversi e collaudati avevano allontanato la vita dei cittadini da quella che era diventata oramai (come al tempo della monarchia e dell'aristocrazia) una casta di ricchi e privilegiati e dove col tempo ai veri aristocratici si sono sostituiti arroganti cavallini rampanti, ruffiani e prostitute d'alto bordo. Non dimentichiamo, quando critichiamo Grillo, di queste semplici verità disponibili per tutti quelli che sono nati da madre e non volgono lo sguardo altrove[4].   Oggi il cittadino può parlare con il suo referente (Grillo) o con gli uomini delle istituzioni stando sullo stesso piano e senza essere parte della casta. E badi il lettore che non è la sceneggiatura di un film di Woody Allen...   Grillo per giungere a questo ha messo in gioco tutto se stesso. Anche le sue reazione contro alcuni dei suoi, che si erano avventurati a passaggi televisivi o politici, sono state magari esagerate ma utili a chiarire non chi comanda ma dove si deve andare; e che tale posizione di reattività era diretta verso tutti, nessuno escluso. A costo di autolesioni. E questo vuol dire che si è tutti di un pezzo. Ed è l'unico modo per porre, non demagogicamente, la questione dell'impegno, della legalità o di qualsivoglia questione.   La vera forza di questo Movimento quindi è che non è in vendita. Non può essere comprato e Berlusconi lo sa e per questo per la prima volta nella sua triste vita è molto “meditativo” e sente forse di essere alla fine della sua avventura. Precedentemente gli altri, come oggi sappiamo, li ha comprati a suon di milioni di euro e sappiamo che i soldi fanno venire la vista “ai cecati” (ai “non vedenti”...).   Quindi tutti sappiamo (ora che le cose stanno accadendo ineluttabilmente) che il voto dato a Grillo non è un voto dato da chi, deluso, disperato o disfattista, non ama la politica; ma è il voto che da voce a chi pensa che per cambiare le cose (senza usare armi) non si possano seguire certe strade classiche. Ora tutto ciò è diventato realtà! In sintonia con l'impegno profuso ora occorre andare sino in fondo.   Il dibattito all'interno del Movimento è aperto sul blog e si rimane aperti alla rappresentanza diretta. Ma il blog non è il luogo delle decisioni così come non è stato il luogo dove è nato l'impegno di Grillo.   È condivisibile l'idea di discutere per un programma? Va fatto in una situazione non istituzionale? O va fatto in una situazione istituzionale comunque malata? Va fatto in segreto? Si può aspettare (come ha detto Grillo in una intervista) tra un anno la fine di una possibile coalizione lussuriosa pd-pdl? O PD-Monti? O aspettare che si bruci il PD del tutto? Con gli impresentabili mafiosi, lussuriosi, ruffiani e prostitute d'alto bordo in attesa? Possiamo aspettare tra 1 anno che il paese cada nel disastro (generato dalla coalizione) e poi rifare le elezioni per poi far vincere il Movimento con l'80%?   Anche pensando che così si potrebbe fare fino in fondo la rivoluzione culturale e civile necessaria, rimarrebbe il tempo e lo spazio per farlo? Tutti stanno spingendo che si risolva la “questione Italia”. Da sempre un problema o forse da quando non c'è più una ingerenza esterna come quella americana. Con l’Europa che, compresa l'importanza del nostro paese come modello culturale nel bene e male, parla di contagio e di sindrome greca lasciandosi andare addirittura a ingiurie (clown) e a fare tutta un'erba e un fascio. Sanno bene che il crollo del sistema democratico può essere catalizzato dal (nel) nostro paese, dove tutte le forme per “governare” sono state usate e non hanno prodotto nulla di governabile. I politici nostri, da quelli che devono sopravvivere ai loro guai a quelli che vogliono entrare nel gioco sfruttando complicità e collusioni, tutti spingeranno per ristabilire il sistema di potere quanto prima e a qualunque costo. Lo chiederanno a Bersani (se rimane solo), costringendolo o a mettersi da parte (a favore di qualche cavallino rampante e passando dalla padella alla brace) o a fare ciò che lo farebbe sopravvivere, o vivere bene direi, (qualche coalizione scellerata? Visto che il Movimento non cede), seguendo la strada che tutti hanno seguito sino ad oggi. Prendendosi stipendio e pensione per qualche altro anno.   Si è parlato di governo del Presidente, meglio se garantito da una riconferma di Napolitano al Quirinale. Purtroppo anche il Presidente Napolitano non può garantire i cittadini né il cambiamento. Ha sulla coscienza, a nostro parere, l'aver salvato Nicola Mancino, pur di non scoprire le carte di uno Stato che evidentemente non ha garantito la parte migliore di se stesso. Evidentemente quello che è stato fatto è troppo grave e quindi non c'è possibilità di cambiamento ma occorre tenere il segreto e coprire le cose “come male minore”. E allora chi può fare qualcosa? Grillo, Casaleggio e i giovani del Movimento possono farlo? L'aver lottato e continuato a tenere la posizione restando fuori dai giochi può bastare? Ci vorrebbe l'80% dei voti... ma non ci sono. E aspettare che i “cadaveri passino trasportati dal fiume” può non essere una cattiva idea in una prospettiva a medio termine. I politici navigati sanno come sfruttare le cose: a volte si accontentano dell'uovo di oggi (come dice un commentatore) a volte della gallina di domani. Ma in queste condizioni un po' particolari e trattandosi di un Movimento fiero che cerca il cambiamento le cose vanno poste diversamente. E vorrei che avessimo lo spazio e il tempo per porre le questioni. Temo solo che se assieme ai cadaveri sul fiume arriva anche una piena, quella arriva per tutti. Forse allora dovremmo porre la questione del formarci alla navigazione rischiosa e difficile, dove da un lato devi prendere decisioni veloci e collegate al contesto e dall'altro le devi prendere in un'ottica del tutto nuova, senza contare su una rotta... o perlomeno contando su una rotta che sia legata ai sogni e alla magia delle suggestioni. Questo solo può sorreggerci e portarci ad un nuovo approdo (oggi difficilmente immaginabile).   Massimo Maietta, marzo 2013           Pubblichiamo qui di seguito il discorso tratto dall'home page di Beppe Grillo il giorno dopo la manifestazione elettorale a Piazza S. Giovanni) Cercavamo una porta per uscire. Eravamo prigionieri del buio. Pensavamo di non farcela. Ci avevano detto che le finestre e le porte erano murate. Che non esisteva un’uscita. Poi abbiamo sentito un flusso di parole e di pensieri che veniva da chissà dove. Da fuori. Da dentro. Dalla Rete, dalle piazze. Erano parole di pace, ma allo stesso tempo parole guerriere. Le abbiamo usate come torce nel buio, come chiavi da girare nella serratura per andare altrove, in posti sconosciuti, verso noi stessi. E ora siamo fuori, siamo usciti nella luce e non ci siamo ancora del tutto abituati. Stringiamo gli occhi e, anche se sappiamo che stiamo percorrendo l’unica via possibile, abbiamo qualche timore, ed è normale. Quello che sta succedendo ora in Italia non è mai successo prima nella storia delle democrazie moderne. Una rivoluzione democratica, non violenta, che sradica i poteri, che rovescia le piramidi. Il cittadino che si fa Stato ed entra in Parlamento in soli tre anni. Abbiamo capito che eravamo noi quella porta chiusa, che le parole guerriere erano da tempo dentro di noi, ma non volevano venire fuori, pensavamo di essere soli e invece eravamo moltitudine. E adesso siamo sorpresi che così tante persone a noi del tutto sconosciute avessero i nostri stessi pensieri, le nostre speranze, le nostre angosce. Ci siamo finalmente riconosciuti uno nell’altro e abbiamo condiviso parole guerriere. Parole che erano state abbandonate da tempo, di cui si era perso il significato, sono diventate delle armi potenti che abbiamo usato per cambiare tutto, per ribaltare una realtà artificiale dove la finanza era economia, la menzogna era verità, la guerra era pace, la dittatura era democrazia. Parole guerriere dal suono nuovo e allo stesso tempo antichissimo, come comunità, onestà, partecipazione, solidarietà, sostenibilità si sono propagate come un’onda di tuono e sono arrivate ovunque annientando la vecchia politica. Siamo diventati consapevoli della realtà. Sappiamo che possiamo contare solo sulle nostre forze, che il Paese è in macerie e che quello che ci aspetta sarà un periodo molto difficile, ci saranno tensioni, problemi, conflitti, ma la via è tracciata. L’abbiamo trovata questa via e ci porta verso il futuro, un futuro forse più povero, ma vero, concreto, solidale e felice. C’è una nuova Italia che ci aspetta. Sarà bellissimo farne parte.   Normal 0 14 false false false IT X-NONE X-NONE MicrosoftInternetExplorer4 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5.4pt; mso-para-margin:0cm; mso-para-margin-bottom:.0001pt; mso-pagination:widow-orphan; font-size:11.0pt; font-family:"Calibri","sans-serif"; mso-ascii-font-family:Calibri; mso-ascii-theme-font:minor-latin; mso-fareast-font-family:"Times New Roman"; mso-fareast-theme-font:minor-fareast; mso-hansi-font-family:Calibri; mso-hansi-theme-font:minor-latin; mso-bidi-font-family:"Times New Roman"; mso-bidi-theme-font:minor-bidi;} http://www.beppegrillo.it/2013/02/parole_guerrier.html     [1] Rimandiamo al nostro sito Etologiasocialeumana.com [2] De Mita ha parlato di come si è affermato il nazismo riferendosi al modo in cui si sta affermando Grillo!! [3] Sul nostro laboratorio culturale analizzeremo la storia italiana dal dopoguerra ad oggi, mostrandone i passaggi secondo noi chiave e le logiche sottese [4] Viene voglia di ricordare il povero Levi e scomodarlo anche se per questioni di di bassa soglia che però possono diventare pericolose a lungo andare
Ultimo aggiornamento Sabato 13 Aprile 2013 16:02
 
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